Itinerario nel Sinis, Costa Verde e Iglesiente

By simone

L’itinerario inizia ad Alghero e termina a Buggerru con una percorrenza di 260 km circa; si svolge prevalentemente lungo la costa e tocca solo alcune delle tantissime località che meriterebbero una sosta e che si trovano lungo o in prossimità del percorso.

L’Alghero-Bosa è una strada meravigliosa per il contesto in cui si snoda e sopratutto per i motociclisti ha un tracciato divertente, poco trafficato e adeguatamente lungo.

Come non iniziare un viaggio che parte da Alghero verso sud se non percorrendo la fantastica litoranea Alghero-Bosa, 45 km di stupenda provinciale (la SP105 in provincia di Sassari che diventa la SP49 in provincia di Oristano) che si snoda alta sulla costa, incorniciata da una parte dal mare e dall’altra dalle imponenti e ripide montagne di Villanova Monteleone, ricoperte di macchia mediterranea e di rocce a forma di pinnacoli, parallelepipedi e bolle.

Le formazioni rocciose tipiche del tratto di Villanova Monteleone.

Ci sono tante aree di sosta per godersi il panorama e vale la pena fermarsi spesso, percorrendo la strada a velocità ridotta con i finestrini abbassati per percepire gli odori intensi della macchia e del mare.

Un tratto molto bello della SP105, sullo sfondo Capo Caccia.

Giunti a Bosa Marina proseguiamo sulla strada litoranea per Porto Alabe per poi deviare in località Turas verso Magomadas e Tresnuraghes dove ci innestiamo sulla SS292 che percorreremo da qui in avanti (vedi mappa).

Santa Caterina di Pittinuri, ‘Sa Rocca de Cagaràgas “.
La torre di Santa Caterina di Pittinuri, sembra davvero guardare lontano..

Eccoci quindi a Santa Caterina di Pittinuri, raggiungiamo il belvedere ai piedi della torre saracena costruita in cima a una bellissima scogliera composta da grandi “lingue” calcaree chiamate “Sa Rocca de Cagaràgas“. La vista verso N segue la costa fino a Capo Nieddu mentre a sud, poco sotto di noi, vediamo la spiaggia di Santa Caterina di Pittinuri, caratterizzata per lo più da ciotolato con qualche sprazzo più o meno ampio di sabbia.

Le tipiche scogliere calcaree dell’area fra S. C. di Pittinuri e S’Archittu; sullo sfondo Capo Nieddu.
La spiaggia di Santa Caterina di Pittinuri. Sullo sfondo l’omonima torre saracena.
Spiaggia di Santa caterina di Pittinuri e Punta de Cagaragas.
Il vialetto lastricato che porta velocemente a S’Archittu tra un’esplosione di colori.

Da S. C. di Pittinuri in breve raggiungiamo S’Archittu, località balneare del comune di Cuglieri (OR) rinomata per via del suo caratteristico monumento naturale, una grande apertura ad arco scavata dal mare nella scogliera calcarea. Dal parcheggio (nell’area settentrionale dell’abitato) percorriamo per un centinaio di metri un vialetto lastricato e mano a mano che avanziamo fra  mare e campi fioriti cominciamo a intravedere l’arco; possiamo optare per scendere e godercelo dalla bellissima spiaggetta oppure proseguire verso la scogliera dove arriveremo proprio sulla sua sommità. La spiaggia si è creata alla fine di una piccola insenatura rivolta a sud e protetta da isolotti calcarei simili a balenottere, è composta di sabbia fine per decomposizione delle rocce circostanti che caratterizzano anche il colore dell’acqua incredibilmente trasparente ed è da qui che si ha la visione d’insieme migliore.

Il monumentale S’Archittu, scavato nella roccia calcarea-sedimentaria.
S’Archittu, l’insenatura è protetta da isolotti bianchi, l’acqua è incredibilmente trasparente.
La spiaggia principale (oltre a quella dell’Arco) di S’Archittu.

Da S’Archittu ci reimmettiamo sulla SS292, la prossima meta è il Sinis e in particolare la spiaggia dei granelli di quarzo di Is Arutas; percorriamo la SS292 per 12 km circa per poi immetterci sulla SP66 (indicazioni San Giovanni di Sinis/Tharros) e poi la SP7, seguendo le indicazioni per Is Arutas fino a destinazione (vedi mappa).

Granelli di quarzo caratteristici del litorale di Is Arutas.

La campagna alle spalle della spiaggia è molto selvaggia, coperta dalla macchia mediterranea pettinata dal vento.

Lasciato il Sinis la direzione prosegue verso Sud con destinazione Buggerru; La prima parte di strada è abbastanza noiosa, una cinquantina di chilometri attraversando Oristano e la piana di bonifica di Arborea fino a Marceddì, una graziosa località, aggregato di case poste all’imboccatura dell’omonimo stagno, zona di coltura di ottimi prodotti ittici.

Il porticciolo di pescatori di Marceddì.
Lo stretto ponte che collega Marceddì a Sant’Antonio di Santadi.

Da qui parte uno stretto ponte che ci collega col versante dell’imboccatura lagunare presso Sant’Antonio di Santadi. Il ponte permette il passaggio delle auto in una direzione per volta quindi bisogna aspettare di vedere libero l’altro capo del ponte (a quasi un chilometro di distanza) ed è davvero caratteristico passare su una sottile striscia di asfalto tra il mare e l’estesa laguna.

Punta Campu ‘e Sali (Marina di Arbus).

Entriamo in uno dei tratti di costa più belli, tipici e selvaggi dell’Isola; decine di chilometri fra Torre dei Corsari e Nebida ovvero la Costa Verde e l’Iglesiente. La strada principale che prosegue lungo la Costa Verde passa per Funtanazza, Marina di Arbus, Portu Maga e finalmente arriva a Piscinas.

Mi fermo a Funtanazza dove sono stato tanti anni fa e non avevo fatto nemmeno una foto di questa località caratterizzata dalla presenza di una grande ex colonia balneare per i figli dei dipendenti della Società Mineraria di Montevecchio e intitolata a Francesco Sartori. Il sito oramai è molto diroccato ma anche affascinante come esempio architettonico della fine degli anni ’50.

Funtanazza, vista dall’edificio della colonia balneare.
Il trampolino della piscina olimpionica, una testimonianza della grandezza della colonia balneare.
La colonia aveva anche strutture sulla spiaggia come questa piscina di acqua salata.

Lasciamo Funtanazza e proseguiamo lungo la strada che dopo una decina di chilometri giunge in vista di Piscinas, il panorama comincia a caratterizzarsi con ampi tratti di sabbia tra la vegetazione fino all’ultima curva prima della discesa alla valle del Rio Piscinas dove cominciamo a intuire la vastità del sistema dunale che tocca altezze di cento e passa metri.

Si cominciano a intravedere le maestose dune di Piscinas.
Il guado del Rio Naracauli a fine aprile.

La strada fino a qui asfaltata diventa bianca e per proseguire bisogna guadare prima il Rio Piscinas e poi il Rio Naracauli, solo d’inverno o dopo periodi di pioggia intensa è probabile avere qualche difficoltà (se non si ha un fuoristrada) ma oggi sono facilmente guadabili (nel caso ci si accorgesse di non poter guadare il primo o, specialmente, il secondo rio, bisognerebbe tornare indietro fino al bivio per Montevecchio e giungere quindi a Piscinas dall’interno). Dopo un breve percorso accanto ad alcune maestose dune tappezzate di boschetti di ginepro e lentisco arriviamo al parcheggio. Alle spalle rispetto al mare vediamo svilupparsi almeno tre sistemi di dune attraversati dai due rii appena menzionati; l’arenile vero e proprio è ampissimo e anch’esso ha una certa altezza prima di degradare più o meno velocemente al mare; verso sud il litorale sabbioso, poi privo di dune, continua quasi ininterrotto per chilometri fino a Scivu. Se volete qualche informazione e foto in più di Piscinas ho scritto questo post.

Un ponticello guada il Rio Naracauli che prima di sfociare in mare corre per un tratto parallelo alla spiaggia.
Uno dei simboli di Piscinas è il vecchio ginepro circondato dalle dune.
Suggestioni di Piscinas.

Da Piscinas si riprende la strada tra le dune costeggiando il Rio Naracauli fino all’omonima miniera di cui rimangono un grande edificio minerario gravemente danneggiato ma tuttora molto affascinante e svariate costruzioni di servizio e di alloggio per i minatori sparse nell’area anche sulle colline circostanti. Questa vasta area, come del resto tutto l’Iglesiente, è cosparsa di miniere anche antichissime e alcune aree (come il Pozzo Gal poco più avanti lungo la strada) sono state rivalutate all’interno del progetto di valorizzazione degli insediamenti minerari sardi. La strada sale fino a Ingurtosu, un altro importante ex centro minerario, e dopo pochi chilometri si congiunge con la SS126 che imbocchiamo svoltando a destra e percorrendo la statale per 25 chilometri (la SS126 da Arbus a scendere verso la costa è un tratto motociclistico eccezionale!). Poco prima di giungere sulla costa a destra vediamo il bivio per Portixeddu/Capo Pecora, vale sempre la pena una piccola deviazione per riammirare questo bel promontorio (raggiungibile in una decina di minuti) .

Il piccolo promontorio di Capo Pecora (Arbus), è una sorta di spartiacque tra la Costa Verde e l’Iglesiente.
Il lotorale meridionale è caratterizzato da una moltitudine di sassi circolari di varie, anche grandi, dimensioni.

Capo Pecora è una penisoletta rocciosa molto variegata che da una parte scende ripida nel mare e dall’altra ha un litorale più basso composto da ciotoli rotondi anche di grosse dimensioni. Da qui si godono i tramonti tra i più belli della Sardegna, sotto il grande monte che domina tutto il golfo, Punta de su Guardianu (478 mt. slm).

Vista della Spiaggia di San Nicolò e Portixeddu, un piccolo gruppo di case appena a destra centro foto; il promontorio che chiude il golfo è Cala Domestica.

Siamo oramai giunti a pochi chilometri da Buggerru dove si arriva in un quarto d’ora; il paese è abbastanza caratteristico sopratutto per la sua storia ma anche per il contesto naturalistico in cui è stato fondato; si sviluppa presso la costa al congiungimento di due gole (Malfidano e Caitas, nome delle rispettive miniere) e si affaccia sul mare con un porticciolo mezzo insabbiato e addossato ad un’alta falesia, anche questa scavata a suo tempo dai minatori per estrarne materiali (da visitare la bellissima Galleria Henry a strapiombo sul mare, che prevede un tragitto con trenino in galleria).

Buggerru, il pittoresco paesino dove è ancora vivo lo spirito minerario di un tempo. Alle spalle del paese si vedono le gole sede delle due importanti miniere del paese.

L’area intorno a Buggerru ha una antichissima tradizione mineraria ma il paese in se ha una storia relativamente recente. Fondato a metà 1800, ha assunto subito un certo rilievo grazie alla dirigenza delle miniere locali che aveva contraddistinto il paese con la costruzione di un teatro e di circoli culturali tanto da essere noto come la “Petite Paris” dei tempi. L’altra faccia della medaglia era lo stato lavorativo e sociale degli operai delle miniere, costretti ad un lavoro già per se massacrante che ha visto nel tempo inasprire le condizioni lavorative tanto da portare nel settembre del 1904 ad uno sciopera durante il quale l’esercito reagì alla folla protestante uccidendo tre minatori e ferendone altri. Questo fatto, noto come Eccidio di Buggerru, portò al primo sciopero generale attuato in Italia.

Una volta a Buggerru è obblogatoria una visita a Cala Domestica, qualche chilometro a sud; è una lunga insenatura stretta tra falesie di 40 metri che termina con una profonda spiaggia di alte dune che si insinuano tra le pareti di roccia verso l’interno; il mare è di un intenso color turchese, la sabbia fine color giallo chiaro e tutto intorno gli scogli diventano alte pareti di roccia.

Cala Domestica, bellissima spiaggia a sud di Buggerru.

Questo sito era utilizzato fino ai primi ‘900 per caricare il materiale proveniente dalle numerose miniere presenti nell’interno e si vedono infatti alcuni resti di edifici di servizio di cui uno molto grosso proprio sull’arenile, lato sud della spiaggia. Dal costone della montagna all’estremità nord della spiaggia parte un sentierino tra le rocce che porta al piccolo tunnel visibile qualche decina di metri lungo gli scogli (vedi mappa); al di là c’è il piccolo gioiello di Cala Domestica, una spiaggetta incastonata tra alte rocce al termine di una stretta gola. Ho postato un articolo specifico su Cala Domestica che trovate qui.

“Caletta” Domestica, raggiungibile tramite un sentierino sulle rocce che porta al piccolo tunnel di comunicazione scavato dai minatori. Sul costone di fronte è visibile la Torre aragonese che vigilava su questo tratto di costa.
Visuale dal sentiero sulle rocce che porta alla caletta.
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