Itinerario nel Monteacuto

By fotosardegna.it

Ritorniamo perciò sulla cementata principale all’altezza della deviazione per Sos Nurattolos; da qui proseguiamo (a destra) addentrandoci nell’area più elevata dei Monti di Alà, in direzione di Badde Suelzu (la Valle delle Sughere) che è la valle subito a nord di Punta Senalonga. Il percorso (* vedi mappa) si snoda nel paesaggio di monti granitici e pale eoliche molto simile a quello di ieri nei monti di Buddusò; ci muoviamo fino alle quote più elevate con direzione sud-nord fino a quando la strada inizia a scendere lungo le pendici settentrionali dei Monti di Alà, divenendo sterrata a un certo punto. Ora il paesaggio a valle si affaccia sul selvaggio e impervio settore nord-est del Monteacuto, fino alla Gallura e la sua costa con Olbia, Golfo Aranci e Tavolara.

P.ta Senalonga vista dalla strada che si addentra nei Monti di Alà.
Vista del Monteacuto nord-orientale compreso fra P.ta Senalonga (a destra) e Monte Olia (estrema sinistra).
Olbia e Golfo Aranci.
Tavolara.
Lo sterrato inizia a scendere a Badde Suelzu; sullo sfondo la parte più elevata dei Monti di Alà fra i quali Punta Senalonga.

A 5,2 km dalla deviazione per Sos Nurattolos ci inseriamo, tenendo la destra, nella pista sterrata che conduce a Badde Suelzu (*); procediamo nel bosco, senza variazioni di quota, seguendo il profilo della montagna fino a giungere dopo 2 km a un piccolo passo dopo il quale la strada inizia a scendere con alcuni tornanti, che non sono larghissimi ma la cui parte di selciato è cementata. In due chilometri si arriva al gruppo di case di Badde Suelzu, piccola frazione di Alà dei Sardi destinata probabilmente ad essere abbandonata per l’esiguo numero di persone che ancora vi abita (ho letto meno di dieci); vorrei vedere la chiesetta del paese (intitolata a San Giuseppe, come a Tandalò) e fotografare alcuni scorci del piccolo borgo ma la presenza di tre o quattro cani piuttosto agitati mi fa cambiare idea e proseguo oltre.

Il borgo di Badde Suelzu.

Dal paese passiamo su stradina asfaltata e percorriamo nel bosco lo stretto fondo valle del Riu Badde Suelzu fino alla sua immissione nel Riu S’Eleme (che poi diventa il Fiume Coghinas), quando la valle si allarga e il bosco lascia spazio ai campi per il bestiame fra le sughere e il rimboschimento a pini.

La campagna nei pressi del Riu S’Eleme, a valle di Badde Suelzu.

Dopo 4,5 km la stradina termina immettendosi nella SS389 nei pressi del confine fra Alà e Monti; svoltiamo a destra sulla statale per un breve trasferimento che prevede (* vedi mappa): 9 km sulla SS389 fino alla svolta a sinistra su SP24 (direzione PadruOlbia) che percorriamo per 3,3 km quando svoltiamo a destra seguendo indicazioni TorpèBudoni, dopo 1.300 mt ci immettiamo nella SP95 svoltando a sinistra e dopo altri 1.300 vediamo a destra la strada forestale di accesso alla Foresta demaniale Sos Littos – Sas Tumbas, segnalata anche da un pannello in legno.

Il Rio Altana nell’ultimo tratto prima di ricevere il Rio Bolloro, da destra foto, e proseguire, verso sinistra foto, come Riu S’Aragone che più a valle si immette nel Fiume Posada.
Parte alta del tracciato nella discesa verso il Riu S’Aragone.

La rigogliosa Foresta Sos Littos (tradotto “Le Selve”, la seconda parte del nome originario, “Sas Tumbas” in riferimento al ritrovamento nella zona di alcune antiche tombe, è stato rimosso forse in un’azione di marketing per eliminare ogni tipo di presagio funesto..) è uno dei possedimenti forestali demaniali più vecchi della Sardegna (acquisito nel 1914) e si estende per più di 2.000 ettari di superficie inclusi fra il corso del Rio Altana, ad ovest, ed il Monte Tepilora, ad est, ricadendo in massima parte nel comune di Bitti e solo per la parte alla sinistra orografica del Riu S’Aragone in quello di Alà dei Sardi.

Confina a sud con la Foresta demaniale di Crastazza – Tepilora in un continuo di profonde valli altamente scoscese e altopiani granitici, ammantati da boschi incontaminati dove predomina il leccio anche se in alcune aree si è dovuto intervenire causa incendi del passato con una riforestazione a pino; la macchia arbustiva sarda si ritrova invece nelle zone più esposte o degradate. Torniamo al nostro percorso; dalla SP95 imbocchiamo lo sterrato che inizialmente prende leggermente quota per passare oltre Monte Longu; inzia poi la discesa verso il letto del Riu S’Aragone prima con una serie di tornanti e quindi costeggiando il corso del rio perdendo via via quota fino ad attraversarlo su un ponte a sfioro cementato (quota 232 mt slm, il ponte non è transitabile durante il periodo di piena). Il Riu S’Aragone è il proseguimento del Rio Altana (una volta che questo riceve il Riu Bolloro virando bruscamente ad angolo retto verso est) e più avanti si immette nel Fiume Posada; ora siamo ad agosto ed esso si presenta senza acqua scorrente in superficie e grandi vasconi colmi d’acqua, scavati nel granito, ma la forza del rio nei tempi di piena è testimoniata dalle condizioni di crollo del ponte poche decine a monte del ponte cementato attuale.

Lo sterrato attraversa una bellissima pineta fra le quali si vede la sagoma di Monte Tepilora.
Riu S’Aragone, vista dal ponte verso monte. Sullo sfondo la costa dalla quale siamo discesi e a centro foto il precedente ponte, crollato durante un’inondazione.
Riu S’Aragone, vista verso valle.
L’insegna della Caserma di Sos Littos, che testimonia la “censura” del nome originario.

Passiamo quindi il ponte cementato risalendo sulla sponda opposta dove ci innestiamo nello sterrato che a sinistra prosegue fino alla Caserma forestale Gianni Stuppa, nostra direzione e raggiungibile in un minuto, mentre a destra prosegue come sentiero/mulattiera risalendo il canyon del Rio Altana (prossima meta, essendo il canyon ed il corso del rio davvero bellissimi). Abbiamo quindi raggiunto la Caserma che solitamente è presidiata ed è un luogo di sosta ed informazioni per tutto quanto concerne i dintorni.

Piccolo giardino dedicato alla Madonna a fianco della Caserma di Sos Littos.

Dalla Caserma lo sterrato prosegue per un centinaio di metri fino ad un bivio (*): a sinistra prosegue costeggiando il Riu S’Aragone fino al Monte Tepilora, ma i forestali con i quali ho parlato mi confermano che le condizioni della strada non sono agevoli e che ancora necessita di lavori, peccato perchè era un’opzione, anche se incerta, di percorso e per questo, come prevedevo, imboccheremo la strada verso destra ovvero risaliamo dalla gola del Riu S’Aragone e puntiamo alla cima del Monte Prammas, punto panoramico eccezionale dove è posizionata una vedetta antincendio. Percorriamo 3 km di salite fino a raggiungere il bivio per salire ulteriormente alla vedetta (altri 800 mt); già nei pressi di Monte Prammas possiamo godere una visione d’insieme della parte centro-orientale della Foresta Sos Littos, composta dalle due lunghe vallate del Riu S’Aragone e di Badde ‘e Deremita che si incontrano davanti al Monte Tepilora; ovviamente dalla vedetta di Monte Prammas (644 mt slm) il panorama circostante sarà molto più vasto.

Germano reale in volo su un piccolo laghetto antincendio sotto Monte Prammas.
Panorama di Sos Littos (verso SE) dalla vedetta di Monte Prammas; davanti a noi la gola di Badde ‘e Deremita che coinfluisce con il Riu S’Aragone ad ovest di Monte Tepilora, visibile a sinistra foto e dietro il quale si vede anche Posada.
Panorama verso ovest, i monti di Alà dei Sardi e Buddusò ed il tratto finale del Riu Bolloro a centro foto.

Dalla cima di Monte Prammas ritorniamo sullo sterrato da cui avevamo deviato e proseguiamo in discesa per 2 km fino a Ianna de Tandaule (* 472 mt slm) dove sta un quadrivio nel quale a sinistra si scende a Badde e’ Deremita, a destra verso la gola del Rio Altana mentre dritto, dove andremo, risale la costa montuosa in direzione della Foresta di Crastazza – Tepilora. Passiamo, per questo tratto in salita, su strada cementata (buona scelta per la salvaguardia della strada, data la pendenza e l’acclività del versante su cui saliamo) e abbiamo l’occasione di ammirare Sos Littos e il circondario da un’altra prospettiva.

Il bellissimo Monte Tepilora e alle spalle il paese di Posada e il mare.
La vedetta di Monte Prammas alle cui spalle è visibile Punta Ittia (889 mt slm).
La fitta pineta di Crastazza.

Percorriamo 2 km e alcuni tornanti prima di giungere sull’altopiano dove è posizionato il confine fra la Foresta Sos Littos e quella di Crastazza – Tepilora, segnato con due paletti fianco strada ma anche dall’ingresso in una bellissima e folta pineta.
Il percorso fino alla Caserma Forestale di Crastazza, 8 km in tutto, si svolge all’interno della predetta pineta ed il contesto attorno non è molto visibile; vi sono alcune deviazioni che permetterebbero di inoltrarsi nel parco in direzione della bellissima zona del Tepilora ma abbiamo ancora due tappe archeologiche previste nella giornata quindi ci dirigiamo direttamente alla Caserma. Detto di queste varie possibili deviazioni (*) è bene osservare la mappa così da mantenere la giusta direzione.

lo sterrato nella pineta di Crastazza.
Dalla Caserma di Crastazza in direzione Loelle.

Raggiunta la Caserma, se non c’è necessità di raccogliere informazioni spendibili localmente, imbocchiamo la strada sterrata che prosegue fuori dal cancello forestale in direzione ovest-sud ovest; attraversiamo gli ultimi lembi della Foresta di Crastazza ritornando nel comune di Buddusò dove il paesaggio circostante cambia visto che siamo circondati da un bellissimo bosco di sughere, pianta che caratterizza la copertura boschiva per il resto dell’itinerario; transitiamo anche nei pressi dell’area dove si ritiene nasca il Tirso, al confine fra Bitti e Buddusò, mi ero anche prefissato di cercare quale fosse l’area esatta ma il tempo a disposizione scarseggia e devo proseguire. Dopo 9,5 km dalla Caserma di Crastazza giungiamo infine al Nuraghe Loelle, che ci troviamo sulla destra; finisce anche l’ultimo tratto di sterrato dell’itinerario, oggi abbiamo percorso in totale circa 34 km che insieme ai 46 km di ieri fanno un totale di 80 km di strade sterrate.

Sughereta in agro di Buddusò.

Parcheggiamo di fronte all’area del Nuraghe Loelle, che è cinta da un muretto a secco facilmente scavalcabile tramiti degli scalini (non c’è biglietto d’ingresso). Il Nuraghe è un bellissimo e abbastanza ben conservato esempio di architettura nuragica, per di più immerso in un contesto fiabesco come possono essere i boschi di sughere dell’altopiano di Buddusò.

Il Nuraghe Loelle (ritenuto frequentato dal XIII AC) è stato eretto in blocchi di granito locale direttamente addossato a e su un roccione composto da vari ed imponenti elementi, dei quali si sono serviti i costruttori a livello strutturale per soppalcare i due livelli superiori e dei quali hanno dovuto tener conto anche per la disposizione, la forma e le dimensioni degli ambienti interni; le caratteristiche architettoniche della costruzione risultano essere un mix fra il nuraghe a corridoio (primo esempio di costruzione nuragica) e il nuraghe a tholos (apice della sapienza costruttiva nuragica). La superba miscela di tecniche costruttive ed utilizzo di materiali/ingombri pre-esistenti non può che sottolineare la grande maestria dei costruttori di nuraghe, in questo caso anche in maniera molto originale.

Dettaglio dell’ingresso con l’architrave restaurato..
Vista della parte superiore, la scala e la torretta.


Come si intuisce da una prima vista frontale del Nuraghe, questo è composto da una torre centrale e da un bastione che la circonda; solitamente la torre centrale, detta anche mastio, è un corpo a se stante, con propria camera interna, al quale si addossa il bastione comprendente eventualmente altre torri minori e un cortile più o meno ampio. Nel caso del Nuraghe Loelle, invece, quello che dall’esterno intuiamo come mastio è in realtà una torretta costruita direttamente sulla sommità del roccione granitico e costituisce il secondo piano, oltre terra, della struttura; il bastione che gli si sviluppa intorno, e che tiene conto delle rocce pre-esistenti al suo interno, è trilobato con due lobi che contengono dei vani e un lobo che contiene la scala di accesso da terra al primo piano.

E così dall’ingresso frontale del nuraghe non si accede, come usualmente, alla camera principale o ad un cortile interno, come nel caso di ingresso in un bastione, bensì ad un corridoio sul quale si apre subito a destra una grande nicchia (denominata nicchia di guardia) mentre prosegue con una serie di gradini che salgono al primo livello occupando uno dei lobi del bastione; inoltre, il soffitto del corridoio d’ingresso rispecchia in negativo i gradoni che dal primo piano salgono al secondo (vedi sequenza sottostante, dalla prima slide).

  • Ingresso del Nuraghe Loelle con nicchione e scala di accesso al primo piano
  • Vista dell’ingresso e dell’accesso al primo piano
  • Salita dal piano terra al primo piano, in evidenza la struttura interna.
  • Corridoio del primo piano verso la scalinata di acceso dal piano terra
  • Corridoio del primo piano con accessi al secondo piano e al vano del bastione

Il primo piano del Nuraghe Loelle, una volta certamente coperto, si presenta come un corridoio dal quale si accede a destra alla gradinata che conduce al secondo livello, mentre dritto si varca una soglia con architrave che immette in uno stretto vano dal quale scende una scalinata verso un altro antro, stretto e lungo, posizionato a un livello mezzanino nel bastione, e anch’esso una volta ricoperto come testimonia la parte ancora intatta del muro.

  • Accesso al vano del primo piano
  • Discesa al vano ricavato nel bastione
  • Vano ricavato nel bastione
  • Vista della scala di accesso al vano nel bastione

Il secondo livello, anch’esso da considerare una volta con copertura a tholos, si presenta con la classica disposizione interna delle torri nuragiche, con una camera ampia e delle nicchie, la maggiore delle quali presenta ancora l’architrave che testimonia che la torretta si sviluppava ulteriormente in altezza; sempre al secondo livello vi sono due terrazzamenti dai quali si ha un’ottima veduta tutto intorno.

  • Scalinata di accesso al secondo piano
  • Vani del secondo piano (campo)
  • Vani del secondo piano (contro-campo)
Nuraghe Loelle, vista verso nord dove si apprezza la vastissima foresta di sughere mentre sullo sfondo rivediamo i monti attraversati ieri ed oggi: all’estrema sinistra Monte Lerno, seguono verso destra prima i monti di Buddusò e quindi quelli di Alà dei Sardi.

Rimane ancora un ultimo ambiente da visitare e anche in questo caso si nota l’abilità dei costruttori nello sfruttare ogni spazio disponibile della costruzione; nel lato destro del Nuraghe, al di sotto del lobo contenente la scala che sale al primo piano e quindi appena sotto il livello del calpestio, è stato ricavato un piccolo ripostiglio che probabilmente veniva utilizzato per la conservazione delle derrate alimentari ed al quale si accede tramite una piccola apertura; oltre l’interesse per questo ulteriore vano, la visita all’interno permette di constatare le dimensioni e la disposizione di due grossi blocchi granitici all’interno della struttura.
Va segnalato che nell’area antistante il Nuraghe vi sono i resti di alcune capanne, limitati a poche pietre e personalmente non vi ho fatto caso; così come dal lato opposto della SS389 vi sono i resti di una tomba dei giganti, purtroppo anche questi poco significativi.

L’ingresso al vano subito sotto il piano di calpestio.

Rimarrebbe a questo punto l’ultima meta della giornata che è opzionale non tanto perchè non valga la pena recarvisi, tutt’altro, ma perchè dipende da quanto tempo vi è rimasto da dedicarci in funzione delle ore di luce a disposizione; parliamo dell’Area archeologica di Romanzesu che raggiungiamo imboccando la SS389 in direzione sud-est (Bitti) e dopo 5,3 km svoltando a destra seguendo l’indicazione Romanzesu, troviamo il sito archeologico sulla destra dopo 2 km. Vista l’importanza e la maestosità di Romanzesu ho preferito dedicargli un articolo a parte che trovate a questo link.
Dalla partenza a nord di Alà dei Sardi fino al Nuraghe Loelle abbiamo percorso circa 65 km dei quali circa 35 km di sterrato; in totale nei due giorni i km percorsi sono stati 125 di cui un’ottantina su sterrato. Fra paesaggi granitici montani, rigogliose foreste, laghetti e punti panoramici abbiamo avuto l’occasione di godere uno spaccato esaustivo del Monteacuto, un territorio meraviglioso del quale comunque rimane ancora molto da vedere (Monte Tepilora, Cascate di S’Illiorai, gola del Rio Altana, …).

Vascone cerimonniale; uno dei magnifici reperti dell’Area archeologica di Romanzesu.
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