Itinerario per Torre della Pegna

By simone
Torre della Pegna (266 mt. slm). A sinistra Isola Piana e sullo sfondo Punta Cristallo (326 mt. slm).


Questa escursione è certamente una fra le più suggestive dell’Algherese, in primo luogo per la scenograficità del percorso, che per metà si svolge sulle creste delle falesie di Capo Caccia con un panorama incredibile da una parte sulle scogliere e il mare immenso, dall’altra sulla Baia di Porto Conte e la Rada di Alghero, e poi per la bellezza del contesto naturalistico della macchia mediterranea, in tutte le sue sfumature legate al contesto morfologico locale.
L’itinerario proposto si sviluppa su un tracciato ad anello lungo circa di 6,5 chilometri, è percorso in senso orario a partire dai pressi del parcheggio del belvedere di Capo Caccia (a quota di circa 35 mt. slm), sale gradualmente con direzione N lungo le creste delle falesie fino a Torre della Pegna (a quota circa 270 mt. slm) e ridiscende in direzione SE in direzione Tramariglio per immettersi infine nella provinciale litoranea lungo la quale si percorre l’ultimo tratto fino al parcheggio di partenza.

Vista verso sud (da dove inizia il percorso) nei pressi di Cala Inferno; è evidente l’intricata copertura arbustiva di macchia mediterranea che caratterizza tutto il promontorio di Capo caccia.

AVVERTENZE: in linea generale il percorso non presenta difficoltà o pericolosità dirette, a parte lunghezza e dislivelli, che sono parametri soggettivi, ma è necessario mantenere sempre grande prudenza specialmente nel tratto sulle creste delle falesie poichè, nonostante il tracciato di per sè non sia mai esposto, magari alla ricerca di un punto panoramico ancora più privilegiato è possibile avvicinarsi se non addirittura sostare sul ciglio delle scarpate; in molti punti il tragitto è compiuto su un sostrato composto da bancate calcaree fratturate o massi grandi e piccoli che possono presentare spigoli vivi ed è quindi consigliato (se non obbligatorio) l’utilizzo di scarpe da trekking con una suola adeguata e riporre attenzione (in caso di pioggia o umidità) all’eventuale scivolosità del calcare.

L’ambiente naturale circostante

Uno spaccato di associazione di macchia mediterranea nella parte orientale fra Torre della Pegna e Tramariglio: 1. Palma nana; 2. Euphorbia dendroides; 3. Ginepro fenicio; 4. Lentischio.

La sommità del bastione calcareo di Capo Caccia è intensamente ammantato dalla vegetazione che colonizza anche crepe e piccoli terrazzamenti nelle falesie; la diversa tipologia di associazioni della macchia mediterranea, nonchè la dimensione stessa di alcune specie, varia con: la morfologia locale (p. es. falesie o pareti sub-verticali, valli e depressioni, pianori più o meno inclinati); l’esposizione al vento e alla salsedine; lo spessore di sostrato per il sostentamento delle piante stesse. Le caratteristiche ed estese rampe inclinate sub-pianeggianti e le aree meno impervie sono provviste di un’adeguato spessore del caratteristico terriccio rosso e sono prevalentemente colonizzate dal Ginepro fenicio (Juniperus phoenicea) al quale fanno da contorno la Palma nana (Chamaerops humilis), il Lentischio (Pistacia lentiscus), la Ginestra sarda (Genista sardoa, endemismo sardo-corso diffuso nell’area), l’Euphorbia dendroides, il Cisto e l’Asparago selvatico (o Asparago spinoso, Asparagus acutifolius); nelle zone rocciose e con esigui strati di terreno, corrispondenti solitamente alle aree più esposte al vento e alla salsedine, la macchia mediterranea sfuma nella gariga delle piante xerofile come Limonio, Finocchio marino (Crithmum maritimum), Borracina (Sedum); localmente, nelle aree più riparate, si assiste in particolar modo ad uno sviluppo maggiore del Ginepro fenicio che arriva anche oltre i 3 metri d’altezza.

Il contesto geologico

Porzione di falesia a Cala inferno, corrispondente alle deposizioni dei sedimenti calcareo-marnosi di ambiente lacustre-lagunare di Facies purbeckiana (Berriasiano, Cretacico basale).

Questa escursione offre, tra le altre cose, una panoramica delle particolari caratteristiche geologiche dell’area, legate ai lunghi cicli trasgressivi del Giurassico e del Cretacico; nel Mesozoico la Sardegna (ancora attigua all’area pirenaico-provenzale) faceva parte del margine sud europeo, sottoposto a trasgressione marina durante la fase distensiva dovuta all’apertura dell’Oceano ligure-piemontese o Tetide alpina (nel Giurassico medio), in seguito allo smembramento del mega continente Pangea. L’esteso promontorio di Capo Caccia è quindi formato da potenti depositi calcareo-dolomitici di piattaforma nei quali si rinvengono depositi delle facies transizionali-continentali relativi ai periodi di regressione del mare.
E’ davvero impressionante che le centinaia di metri di depositi carbonatici siano di origine biogenica, formatisi per l’accumulo sul fondale di gusci, scheletri e parti dure di organismi marini morti, per l’attività costruttiva di alcuni organismi marini e per la precipitazione del carbonato di calcio indotta dall’attività sempre di alcuni organismi marini; il graduale seppellimento e la successiva diagenesi dei sedimenti hanno formato le rocce che compongono il meraviglioso bastione di Capo Caccia (lo stesso vale per le formazioni della parte orientale dell’Isola come i Supramonte, i Tacchi, le falesie del Golfo di Orosei ecc.). In effetti, ci sono voluti all’incirca cento milioni di anni per arrivare a questi spessori e, inoltre, il fatto che possiamo camminarci sopra, a svariate decine di metri sul livello del mare, è possibile grazie all’emersione di queste formazioni rocciose avvenuta inizialmente nel tardo Cretacico (Fase laramica) e quindi all’attività tettonica del Terziario e del Quaternario che ha prima sbloccato varie parti delle piattaforme carbonatiche per poi inclinarle e dislocarle a queste altezze (qui un’area del sito dove si parla più in dettaglio del Mesozoico sardo). Dai tempi dell’emersione il blocco carbonatico è stato sottoposto ad una forte erosione e ad un intenso carsismo che ha prodotto svariate grotte, come quella Verde (dove sono stati rinvenuti importanti reperti del neolitico antico sardo incluso alcuni graffiti) e quella di Nettuno (visitabile via mare o via terra tramite l’Escala del Cabriol), guglie e torrioni lungo le falesie, grandi fratture, campi carrati, scannellature nei grossi banchi calcarei.

Il percorso

Lasciata l’auto al parcheggio del belvedere di Capo Caccia (pin giallo sulla mappa a inizio articolo) si scende in direzione N lungo la strada che porta alla litoranea fino alla prima curva (200 metri circa, percorso in rosso sulla mappa); sul lato sinistro, più o meno a metà della curva, si vedrà un’apertura abbastanza larga fra i cespugli (solitamente c’è anche un ometto di pietre a segnalarla) e superato un gradino di blocchi calcarei imbocchiamo il tragitto in graduale ascesa verso Torre della Pegna.

Dopo qualche metro notiamo un segno blu su un masso posto in mezzo al tracciato; la presenza di questi segnali blu è costante lungo tutto l’itinerario, spesso in modo evidente mentre talvolta possono esserlo meno, un po’ perchè sbiancati dagli eventi atmosferici, un po’ perchè sono posizionati in qualche masso meno visibile; un gran numero di ometti in pietre sovrapposte sono comunque posizionati lungo tutto il percorso e sovente sono più visibili dei segni blu; inoltre, nella parte discendente da Torre della Pegna verso Tramariglio, l’Ente Parco ha recentemente posizionato (2021) dei paletti bassi con banda rosso/bianca che si aggiungono alle tracce blu e agli ometti; con un minimo di orientamento non sarà quindi un problema lasciare e riprendere il tracciato per deviare qualche metro alla ricerca di un punto più panoramico.

Fin da subito possia deviare qualche metro per affacciarci (sempre con estrema cautela) sugli strapiombi e sull’Isola Foradada; ritornati sul sentiero si prosegue e si raggiunge in meno di 300 mt. Cala d’Inferno, una bellissima e piccola insenatura incastonata tra le falesie, caratterizzata dall’intenso colore turchese del mare dovuto ai detriti chiari provenienti dall’erosione della falesia al termine dell’insenatura, i quali compongono anche la piccola spiaggetta ciottolosa; la palette di colori fra il mare, le rocce delle falesie e la vegetazione è davvero superba e rende Cala Inferno un vero gioiello.

Cala Inferno è impreziosita dal colore turchese acceso del mare, dovuto ai detriti della falesia al di sopra della spiaggetta; nella foto si possono notare le piegature degli strati marnosi della falesia più chiara.
Cala Inferno e Isola Foradada.

Nota geologica: le falesie che circondano Cala Inferno documentano chiaramente la transizione fra gli ambienti deposizionali del Giurassico finale e quelli del Cretacico inferiore; la falesia ad ovest della cala è composta da bancate di calcari ben stratificati del Giurassico finale (Titoniano) in contatto tettonico con le marne e i calcari marnosi della falesia centrale, i cui strati sono visibilmente piegati, corrispondenti ai sedimenti lacustri-lagunari di Facies purbeckiana (Cretacico basale) in un momento di regressione marina; al di sopra delle marne si impostano nuovamente i calcari di ambienti di scogliera del ciclo trasgressivo del Cretacico inferiore (Facie urgoniana) i quali compongono le pareti della sovrastante Punta Malrepos.

Il sentiero in salita verso Punta Malrepos, circondato dalla bellissima macchia mediterranea fra la quale è evidente la Ginesta sardoa dai fiori gialli.
La parete di Punta Malrepos, sotto la quale dimorano numerosi Ginepri fenici.

Il percorso compie ora una sorta di semicerchio attorno alla cala, permettendoci di ammirarla nel contesto allargato di Capo Caccia da diverse angolature, come quando l’Isola Foradada è proprio davanti all’insenatura, e prosegue al di sotto delle pareti di Punta Malrepos prendendo quota fino a 130 mt. circa a nord di Cala Inferno, nei pressi del ciglio della falesia da cui godiamo un’altro panorama spettacolare sulle rupi.

Le guglie isolate sono caratteristiche nel tratto di costa a nord di Cala Inferno.

Percorriamo quindi circa 1.800 mt. con decisa direzione N da una quota di 130 metri fino a circa 260 mt. costeggiando il ciglio delle falesie; lungo questo tratto è interessante notare come cambi continuamente la fisionomia delle falesie che da pareti praticamente verticali mutano in gole e salti di decine di metri fino a terrazzamenti inferiori bordati da guglie, ricchi di vegetazione, che si stagliano sul mare blu intenso; voltandosi in direzione sud possiamo ammirare lo sviluppo del promontorio di Capo Caccia, del quale intravediamo il faro, oltre che la Stazione meteorologica dell’Aeronautica, ed una visione d’insieme della Baia di Porto Conte e della Rada di Alghero fino a Capo Marrargiu; nei momenti di miglior visibilità, ancor meglio se con l’ausilio di un binocolo, la vista si spinge ancora più lontano, sul gruppo montuoso del Montiferru, la costa settentrionale del Sinis, l’Isola Maldiventre e addirittura i Monti dell’Iglesiente, a più di 120 km di distanza!

Baia di Porto Conte e Rada di Alghero.
Capo Caccia e Isola Foradada.

Siamo quindi nei pressi di Torre della Pegna, dopo tre km circa di cammino, e ci stacchiamo momentaneamente dal ciglio delle falesie per salire decisamente gli ultimi metri da est fino alla torre, passando fra un blocco di calcare e un’altro in mezzo alla fitta vegetazione; forse questo è l’unico punto dell’itinerario in cui non è immediato ritrovarsi con i segni blu o gli ometti ed occorre un minimo di orientamento perchè la torre non si vede essendo qualche metro più in alto e coperta dalla vegetazione che qui è più alta; si intuisce ad ogni modo quale sia il modo migliore per risalire verso l’alto e finalmente vi giungiamo trovandoci davanti, come prima cosa, la piccola costruzione ogivale utilizzata come punto di osservazione durante la II GM e la torre le sta qualche metro sulla destra.

Gli ultimi tratti sulle rampe calcaree prima di Torre della Pegna.
La cima del fortino di avvistamento e della torre appaiono improvvisamente fra la vegetazione.
Il piccolo fortino di avvistamento della II GM.

La Torre della Pegna è una delle 100 e più torri costiere, di avvistamento e difesa, disseminate lungo la costa sarda e delle quali si hanno notizie storiche risalenti a metà/fine 1500 (1572 per la nostra torre) dai documenti della Corona di Spagna, che possedeva al tempo la Sardegna; già da molti secoli le incursioni piratesche flagellavano le coste dell’Isola quindi molte torri esistevano già tempo addietro e furono probabilmente solo restaurate o potenziate dagli spagnoli. E’ della tipologia “torrezillas”, ovvero una torre di dimensioni minori che fungeva esclusivamente da postazione di controllo del territorio e comunicazione, presidiata da solo due soldati con fucili o addirittura non armati.
La torre, eretta proprio sul ciglio della scogliera su uno strapiombo di 270 metri fino al mare, è costituita da blocchi calcarei locali, di dimensione simile e cementati fra loro, e risulta esteriormente abbastanza in ordine grazie a recenti lavori di consolidamento, a parte per i crolli nella parte interna e sulla terrazza superiore.

Torre della Pegna (270 mt. slm).

La vista dalla torre è davvero spettacolare e ci da modo di osservare il tratto di costa e l’entroterra verso nord, che fino ad ora era celato; poco staccata dalla costa vediamo l’Isola Piana (colonizzata da migliaia di uccelli marini), il lungo tratto di falesie che prosegue per altri tre chilometri con Punta Cristallo (326 mt. slm), quindi il territorio interno compreso fra la costa e Monte Timidone (zona demaniale delle Prigionette) oltre il quale si riesce a vedere una piccola porzione della Baia di Porto Ferro e le due cime più alte della Nurra: Monte Forte (464 mt. slm.) e Punta Lu Caparoni (445 mt. slm).

Visuale verso nord da Torre della Pegna: 1 Isola Piana; 2 Punta Cristallo; 3 Monte Timidone; 4 Cala della Barca; 5 sentiero forestale Parco delle Prigionette; 6 Porto Ferro.
Capo Caccia dal belvedere di Torre della Pegna.
Frattura fra grandi blocchi calcarei, ricolma di clasti detritici; si notano classici segni del carsismo come le scannellature.

Ci aspetta ora le seconda parte del percorso che dalla torre scende in direzione di Tramariglio; è una parte ovviamente meno spettacolare di quella delle falesie ma nonostante ciò si gode una bella visuale sulla Baia di Porto Conte. La parte iniziale di questa discesa è piuttosto ripida e ci fa perdere 160/170 metri di quota in 500 metri di percorso; questo si svolge su una fascia di rocce calcaree fratturate in grossi blocchi più o meno piatti, anche molto inclinati e separati da brecce o gradoni (facilmente superabili), con classici esempi di carsismo come campi carreggiati e scannellature, fra i quali occorre spostarsi talvolta con piccoli salti o direttamente scendendo e scavalcandoli; in questo tratto è fondamentale utilizzare una scarpa adeguata in quanto le rocce presentano spigoli ed irregolarità che necessitano di buona stabilità per superarli.

Seguono una serie di scatti del primo tratto di discesa sui blocchi calcarei, da percorrere con un po’ di attenzione per alcuni tratti più ripidi, ma è stimolante dover scegliere i punti migliori dove passare senza farsi distrarre troppo dalla vista sulla baia e dalla bellezza della rigogliosa vegetazione tutto intorno che in questo versante più riparato si è sviluppata maggiormente in altezza.

Parte alta del tragitto composta da grossi blocchi circondati da più piccoli, vanno superati passando da uno all’altro.
Serie di blocchi piatti piatti e molto inclinati, separati da fratture più o meno ampie.
Parte del tragitto composta da grossi blocchi circondati da più piccoli, vanno superati passando da uno all’altro.
Il versante dal quale siamo discesa, a quota circa 110 mt slm.

Dopo 500 metri circa di tragitto sul nudo calcare torniamo sul terreno rossiccio e dovremo tenerci con direzione sud est fino ad incontrare in breve un reticolato che seguiamo discendendo man mano fino a giungere ad un cancello verde, alla sinistra del quale c’è un’apertura nella rete dalla quale entriamo e proseguiamo su un sentiero forestale battuto in un bellissimo bosco in direzione SSE; dopo 400 metri imbocchiamo un sentiero sulla sinistra che inizialmente dirige NE per poi man mano compiere un semicerchio a tornare in direzione SE e incontra la litoranea, dopo 700 metri, in località Pischina Salida; da qui ci aspettano 1.300 metri a lato della litoranea per tornare al parcheggio di Capo Caccia.

Parte del percorso lungo il reticolato (prima del cancello). Sullo sfondo la Torre di Tramariglio e Pischina Salida.
Sentiero nella parte finale verso Pischina Salida.

Questo punto d’incontro con la litoranea è una valida opzione di inizio dello stesso percorso ma in senso antiorario, procedendo all’inizio con una salita un po’ più rapida ma tirata verso la torre e quindi per una graduale discesa lungo le falesie, terminando sempre con l’ultimo pezzo lungo la litoranea per tornare al punto di partenza.

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