Archeologia: vestigia prenuragiche e nuragiche

ARCHEOLOGIA PRENURAGICA
ARCHEOLOGIA NURAGICA

Cosa rende ancor più speciale la Sardegna, oltre al suo splendido paesaggio fra mare e terra e la natura avvolgente di gran parte del suo territorio? Ovviamente la storia dell’uomo che l’ha colonizzata fin da quando erano ancora attivi i vulcani dell’ultimo ciclo vulcanico dell’Isola nel tardo Pleistocene. Il periodo in cui è iniziata la frequentazione della Sardegna da parte dell’uomo è comunque ancora dibattuto e non vi sono certezze a causa della mancanza di reperti ossei certamente appartenenti al Paleolitico; nella grotta di Nurighe (Cheremule) è stato rinvenuto un reperto fossile probabilmente eccezionale se sarà definitivamente accertato essere la falange del dito di un ominide, probabilmente pre-neanderthaliano, risalente a circa 250.000 anni fa; tuttavia, indirettamente, si può dedurre una presenza dell’uomo nel Pleistocene medio-finale, fra 500.000 e 100.000 anni fa, dalla datazione di alcuni utensili di selce sbozzata rinvenuti nell’Anglona (Perfugas); l’uomo si sarebbe quindi evoluto nell’Isola da centinaia di migliaia di anni e con molta probabilità durante i periodi di maggior regressione marina, quando il Tirreno settentrionale era uno stretto braccio di mare, altre popolazioni si sono stanziate provenendo dal continente.

Senza dubbio le popolazioni che sono indissolubilmente legate alla Sardegna sono le genti prenuragiche ed ancor più quelle nuragiche, le cui importanti ed emblematiche vestigia sono ancor oggi disseminate ovunque nel territorio.

Non vi è dubbio, come sostiene il grande archeologo Giovanni Lilliu, che vi sia più che una stretta relazione fra la morfologia del territorio della Sardegna e l’originalità storico-culturale delle genti sarde preromane. Come spesso è accaduto a grandi o minori popolazioni, il territorio in cui esse decisero di stabilirsi e svilupparsi è stato del tutto fondamentale e strategico per il tipo di civiltà che avrebbero costituito e quindi nel determinare, in parte o in larga parte, le caratteristiche socio-culturali, economiche e politiche delle stesse popolazioni.
Questo influsso determinante del territorio è stato anche più incisivo per le genti che colonizzarono il micro-continente sardo e che qui decisero di stabilizzarsi, sottoponendosi inconsciamente ad un isolamento interno ed esterno dovuto alle specificità rispettivamente geologiche e geografiche della Sardegna.

La dominante della morfologia dell’Isola.
Geologicamente, la Sardegna è un territorio antichissimo che annovera affioramenti, in particolar modo nell’area meridionale, che risalgono al pre-Cambriano (secondo alcuni studiosi) o al Cambriano inferiore (550 Ma); il basamento metamorfico-intrusivo, il dorso crostale sul quale poggia la Sardegna, deriva dalle fasi convulse del Ciclo ercinico, nel Carbonifero inferiore-Permiano, mentre le sovrastrutture mesozoiche e cenozoiche, di origine vulcanico-sedimentaria, sono fratturate e localmente dislocate (sia orizzontalmente che verticalmente) a causa principalmente della tettonica terziaria e quaternaria.
Il micro-continente sardo, all’epoca delle prime genti così come oggi, aveva ormai acquisito una morfologia complessa, rispecchiata in un territorio fortemente parcellizzato a causa della peculiare disposizione dei suoi elementi naturali: antichi gruppi di rilievi di grandi dimensioni (come Gennargentu, Limbara, Marghine-Goceano, Monteacuto, Montiferro, Monte Linas, Montalbo, Supramonte, Sette Fratelli…) erosi o arrotondati e, sebbene di non spiccata altezza, spesso decisamente tortuosi ed impervi, tanto da meritarsi il titolo di montagne; altopiani più o meno ampi, anche molto ampi come Campeda, di origine vulcanica o sedimentaria, dai fianchi precipiti, isolati da strette e ripide valli disposte lungo linee di faglia e dove scorrono fiumiciattoli molto spesso effimeri, ma che possono essere eccezionalmente impetuosi; depressioni tettoniche, fra le quali il caso più eclatante fossa del Campidano, lunga un centinaio di chilometri, o le piane “minori” di Chilivani-Berchidda, del Cixerri, di Lanaitho, di Oddoene, quindi non pianure alluvionali che per esistere avrebbero avuto bisogno di fiumi più cospicui e perenni, cosa vera solo molto localmente nell’Isola (piane degli estuari del Tirso, del Coghinas, del Flumedosa).

L’insularità.
Un altro aspetto fondamentale e fortemente significativo per la sua influenza nello sviluppo delle culture sarde è l’insularità. La Sardegna è la seconda isola per estensione del Mediterraneo e gode di una posizione strategica e mediana lungo l’importante direttrice di comunicazione fra Mediterraneo orientale e occidentale, ma è anche quella più distante dalle coste continentali; il litorale sardo, lungo un po’ meno di 2.000 km, è per lo più aspro per via delle scogliere spesso molto alte che corrono per circa 2/3 del totale della costa che in più è anche poco articolata, riflettendosi questi parametri nell’esiguo numero di approdi stabili nell’Isola. Questi fattori se da un lato (posizione geografica) hanno agevolato l’arrivo in Sardegna di elementi etnici e culturali che con la loro fusione avrebbero condotto all’originalità delle culture sarde, dall’altro (morfologia delle coste e distanza dai paesi continentali) hanno collocato, e condizionato, i sardi in posizione marginale “riguardo ai grandi eventi storici di carattere generale euroasiatico di cui non sentirono che riflessi, ponendosi per lo più in una situazione di cultura subalterna e a un livello di storia minore” (G. Lilliu, “La Civiltà dei Sardi”).

La civiltà pastorale.
La Sardegna è quindi un territorio molto articolato, frazionato, con una costa spesso poco funzionale per naviganti e pescatori; fattori che fin da tempi remoti hanno indotto le popolazioni, anche per la presenza diffusa di pascoli naturali, a privilegiare più la vocazione pastorale di quella agricola e, ancora meno, di quella marittima, nonostante entrambe quest’ultime fossero praticate limitatamente alle pur presenti pianure e ai tratti di litorale più basso. Una civiltà pastorale certamente risente, fino a farle sue, le peculiarità stesse dell’ambiente di vita quotidiano; la vita non certo facile del pastore di allora, immerso nell’asprezza del territorio e nei suoi silenzi, in special modo durante le transumanze quando vennero colonizzati i territori più inaccessibili dell’Isola, non poteva che riflettersi in animi fieri, essenziali, istintivi, solitari e di per sè bellicosi; quelle genti tesero a riunirsi in cantoni, micro-stati, “isole” disperse all’interno della più grande Isola e a riconoscersi in sistemi ristretti di gruppo famigliare, clan o villaggio, entro i confini naturali specifici di uno o dell’altro territorio.

Queste cause di isolamento naturale tanto interno (morfologia) quanto esterno (insularità), insieme ad una civiltà per lo più pastorale, determinano per millenni le culture delle popolazioni prima prenuragiche e poi nuragiche; determinano l’indole sia fisica che spirituale, sia sociale che politica delle genti, che non mostrarono alcuna velleità di sviluppare parallelamente una civiltà urbana e nemmeno, senza sapere tra l’altro se c’era l’intento, di consolidarsi come nazione per svilupparsi tanto internamente quanto verso l’esterno.