Itinerario nel Monteacuto
Monteacuto: terra di graniti, foreste, acqua e vento

Questo itinerario attraversa una sub-regione della Sardegna, il Monteacuto, che mi pare essere un po’ sottovalutata dal punto di vista turistico nonostante le notevoli bellezze naturali e paesaggistiche, i molti, rilevanti, siti archeologici e le peculiarità storiche e culturali di questo vasto territorio. Alcune di queste bellezze sono toccate in questo percorso. Qui sotto la mappa dell’itinerario a cui fare riferimento per l’articolo mentre qui i link alle tracce GPS del primo giorno e del secondo giorno (wikiloc)
L’itinerario
L’itinerario, previsto su due giorni per una percorrenza di 130 km circa, è ideato per essere percorso in auto, con tutta calma, e in abbinamento con brevi escursioni a piedi; si svolge per buona parte nei territori di Buddusò e Alà dei Sardi, in parte minore in quelli di Bitti e Pattada e solo il tratto iniziale in territorio di Oschiri. Sono privilegiati gli sterrati su piste forestali o locali (per 80 km circa) che, sebbene in condizioni decenti almeno in periodi non troppo piovosi, necessitano di un’auto un po’ alta, anche se non necessariamente 4×4; i tratti di mero trasferimento sono stati mantenuti al minimo. Una delle peculiarità sarà il susseguirsi, nel breve tempo o spazio, di luoghi estremamente panoramici (oltre 1.000 m di quota) intervallati a fitte ed estese foreste demaniali con laghetti e fonti; la visita a siti archeologici di grande valore aggiunge varietà e fascino al contesto già di per se meritevole. Un altro aspetto di rilievo, per chi fosse appassionato come il sottoscritto, è l’aspetto geologico del territorio nel quale ci muoveremo, fortemente caratterizzato dagli affioramenti granitici del batolite sardo-corso che imprimono al paesaggio montano un carattere rude ma molto suggestivo.
Tracciato celeste: strada o stradina asfaltata o cementata
Tracciato arancione: pista forestale o strada locale sterrata
Tracciato verde: percorso pedonale
Parte 1 dalla Stazione di Oschiri a Santa Reparata
Da Oschiri a Iscialzos
L’itinerario parte da Oschiri (facilmente raggiungibile con la nuova SS729 Sassari-Olbia) imboccando una stradina locale più o meno asfaltata che parte dalla stazione del paese (quota 230 mt circa) e che con direzione SE attraversa presto il Rio Mannu su ponticello sommergibile in un paesaggio bucolico (foto a sinistra); poco dopo il ponticello l’asfalto passa a sterrato, si prosegue sinuosamente attraverso un paesaggio agro-pastorale fino ad immetterci in una pista forestale che in graduale salita attraversa le propaggini occidentali della Foresta demaniale Su Filigosu.


Lo sterrato è adeguatamente ampio e in buone condizioni, difficilmente potrà presentarsi accidentato a meno di piogge cospicue e concentrate ed eventualmente per tratti brevi, in ogni caso viene mantenuto percorribile dalla Forestale. Il panorama circostante inizia a manifestare i tratti caratteristici dell’itinerario: morbide alture boscose che culminano in ammassi rocciosi rudi e scolpiti.


Durante il tragitto, nei punti più aperti, possiamo ammirare alle nostre spalle (verso nord) la piana tettonica di Chilivani – Berchidda con il Lago Coghinas e la cornice dei monti del Limbara; dopo circa 12 km (di cui 9 sterrati) dalla stazione raggiungiamo a quota 780 mt la sella ai piedi di Punta Juanne Osile, nel punto d’incontro fra i confini comunali di Oschiri, Pattada e Buddusò; non ci accorgiamo di essere a un valico a causa della vegetazione, ma da qui imbocchiamo una chiara pista a destra che bordeggia una serie di colline permettendoci ancora vedute sulla piana e sul versante settentrionale del Monte Lerno; siamo in territorio di Pattada, nella Foresta di Monte Lerno.



Senza prendere alcuna deviazione, ci ricongiungiamo alla pista principale dopo 5,5 km, abbiamo allungato di 3,5 km rispetto ad andare dritti alla sella, per qualche panorama in più; la pista ha ora direzione S e si snoda nel rimboschimento a pineta, dopo 800 mt raggiungiamo l’area picnic di Iscialzos, piccola radura immersa nella foresta, attrezzata con barbecue in pietra (da utilizzare con coscienza!) e con una piccola fonte che ho trovato attiva anche a fine estate, luogo ideale per uno spuntino!


Lasciato Iscialzos, inizia a emergere con evidenza un elemento che farà a lungo parte del paesaggio: il parco eolico di Buddusò – Alà dei Sardi, consistente in una settantina di aerogeneratori alti 100 mt e sparsi su 4.000 ettari , uno dei più grandi d’Europa; non passano certo inosservati, spuntano singolarmente o in gruppi su una cresta o dietro un’altura, frammentando la continuità del paesaggio di cui ormai faranno parte per decenni; c’è da osservare che sebbene fra i vari utilizzi del suolo quello per gli impianti eolici sia fra i più invasivi in termini paesaggistici, almeno il fine di sostenibilità ambientale della produzione elettrica aiuta ad indorare un po’ la pillola..
Da Iscialzos a Monte Lerno
Proseguiamo nella Foresta di Monte Lerno e dopo 2 km giungiamo in località Sos Vanzos dove effettuiamo una veloce deviazione svoltando a sinistra per raggiungere il vicino laghetto collinare, creato con lo sbarramento del Riu Sos Vanzos tramite terrapieno.
Laghetto e foresta di pini circostante rimandano a un paesaggio d’alta montagna, nonostante ci troviamo ad una quota di 790 m circa; viene in mente come spesso la morfologia dei rilievi sardi mostri caratteristici paesaggi montani già a partire da quote collinari.



Torniamo sulla pista principale proseguendo a sinistra in direzione S per nemmeno 600 m, quando raggiungiamo uno sterrato che parte sulla destra all’altezza di un grosso masso di granito che porta la scritta “Rode”; questo sterrato ci condurrà fino ad una selletta subito ad est della cima del Monte Lerno che, per essere raggiunta, necessita di percorrere un tratto di 700 m su uno sterrato in salita che nell’ultima parte risulta parecchio accidentato per la presenza di alcuni massi, pietrame e solchi creati dalla pioggia; è l’unico, breve, tratto dell’itinerario in cui ho inserito il 4×4.

Il Monte Lerno non ha una cima “definita” tale ma una sommità ampia e morfologicamente variegata per la presenza di ammassi granitici disseminati, toccando un’altezza massima di 1.093 mt; per questo motivo, oltre che per la vegetazione e la grande antenna, nel punto in cui siamo non si ha una visione a 360° ma verso i quadranti meridionali la vista è particolarmente ampia e spazia dai Monti del Goceano (SO) al Montalbo (E) e sullo sfondo, con buona visibilità , sul Massiccio del Corrasi e il Gennargentu.



Da Monte Lerno a Tandalò


Siamo di ritorno alla selletta sotto M.te Lerno e da qui proseguiamo in discesa (SE) con belle vedute sul sottostante Lago Lerno e sfondo sui monti del Goceano fra i quali spicca il Monte Rasu. Dopo poche centinaia di metri siamo in località Ucca su Furru dov’è posizionata una vedetta antincendio all’altezza della quale la nostra pista sterrata compie il famoso Micky’s Jump, ovvero una grande cunetta che le auto del WRC Sardegna prendono a velocità effettuando un salto molto spettacolare; risulta ad effetto anche effettuato con macchine normali e velocità modeste, per un breve momento oltre il parabrezza si vede solo il cielo ignorando cosa si trovi dietro..!



Proseguiamo sulla nostra pista che dopo 600 m si immette in un’altra di pari rango e direzione S-N, prendiamo a sinistra direzione N per 1.500 m giungendo al laghetto collinare Sa Jone che troviamo sulla nostra destra; questo laghetto si trova 700 m a monte del Sos Vanzos e ne mantiene le stesse peculiarità montane del paesaggio circostante. Imbocchiamo lo sterrato che vediamo partire a destra e che costeggia la sponda nord del laghetto, proseguiamo nella pineta per un chilometro e varchiamo il confine fra Pattada e Buddusò, facendo ufficialmente ingresso nel territorio dove si sviluppa il parco eolico annunciato dall’enorme aerogeneratore sotto il quale ci troviamo.



La prossima meta è il piccolo borgo abbandonato di Tandalò, che raggiungeremo attraversando questa sorta di altopiano granitico, a quote intorno ai 900 m, fra tratti in pineta e altri molto panoramici con viste verso la piana di Berchidda e il maestoso Limbara; occorre dare bene un occhio alla mappa a inizio articolo oppure scaricare la traccia GPS (qui quella del giorno 1) perchè l’area è interessata dalla viabilità di servizio al parco eolico alla quale si uniscono vecchie carrarecce pastorali o altre piste forestali (sempre sterrate); il tracciato rimane comunque sempre evidente e le svolte da non mancare (segnate nella mappa con circolino verde) sono 5 inclusa quella per l’ultimo tratto verso Tandalò. Dopo circa 9 km da Sa Jone giungiamo al bivio per Tandalò che imbocchiamo verso sinistra su uno sterrato, un po’ meno largo e a tratti più sconnesso, che percorre la stretta e sinuosa valle del Rio di Tandalò per due chilometri.
Tandalò
Giungiamo così a un grande spiazzo compreso fra il corso del rio e una serie di alture coperte di boschi, vediamo da una parte la chiesetta di San Giuseppe, spartana in blocchi di granito con la sua piccola colonna bianca con campana e l’altare esterno sotto una tettoia; al centro di questa particolare piazza stanno due enormi lecci, sotto i quali trovano dimora due grandi tavoloni e panche anch’essi in granito.



La bellezza del contesto, la pulizia del grande spiazzo, tutto ha un’aria tutt’altro che abbandonata ma anzi pronta ad accogliere gente per qualche festa. La stessa sensazione si prova salendo appena l’altura opposta alla chiesetta, dove sono le poche case del vecchio borgo, sempre in blocchi di granito, alcune ancora molto in ordine, semplicemente chiuse in attesa del ritorno dei proprietari; fra le poche costruzioni si trovano una bella tettoia con tavolo e un piccolo e grazioso pinnettos con copertura in tegole, molto originale, e a fianco una scultura con attrezzi della vita agro-pastorale.




Tandalò era stato abitato da carbonai e allevatori dalla fine dell’800 fino agli anni ’70 del ‘900, in una condizione di isolamento davvero estremo per come erano all’epoca le vie di comunicazione con la lontana Buddusò; alla piccola frazione non mancavano la chiesetta e la scuola elementare ma nel tempo divenne insostenibile quel tipo di vita così remoto rispetto a una società che aveva iniziato la sua corsa verso la modernità , e quindi piano piano si svuotò della esigua popolazione fino al completo abbandono. Fortunatamente all’abbandono non è seguito il degrado del luogo che ha mantenuto una dignitosità fuori dal comune per un posto che ancora oggi non è così a portata di mano, segno che i vecchi residenti non si sono disamorati di questo luogo incantevole, fuori dal tempo ma non dalla possibilità di essere visitato e di emanare ancora piacevoli sensazioni.
Da Tandalò a Santa Reparata
Dopo la piacevole immersione in questo particolare borgo sperduto, torniamo sui nostri passi ripercorrendo la valle fino al bivio, prendendo ora verso sinistra la pista che, passato un ovile, inizia a risalire la costa di un’altura per portarsi nuovamente sulla porzione settentrionale dell’altopiano di Buddusò, a una quota poco inferiore agli 800 m.

Il paesaggio collinare si fa più rude, il granito emerge in maniera preponderante con le sue mutevoli forme a blocchi, scaglie, ammassi multiformi; la vegetazione è maggiormente degradata, sintomo di un eccessivo utilizzo del suolo nei tempi passati ma anche a causa delle condizioni climatiche particolarmente ventose; non manca una sporadica macchia arbustiva che mitiga lo scenario con quel poco di verde. Disseminate in ogni direzione, una moltitudine di pale eoliche schierate come un esercito a ricevere il vento che risale dalla sottostante piana di Chilivani – Berchidda, oltre la quale ammiriamo ancora i bastioni frastagliati dei monti del Limbara e il paese di Berchidda.



Il nostro percorso percorre una sorta di arco che da un’iniziale direzione NE prende a SE e quindi a S, quando inizia la graduale discesa dall’altopiano di Buddusò; il contesto circostante va a mutare radicalmente con l’uscita dall’area del parco eolico, quando dalla degradata condizione stepposa si passa prima al rimboschimento con pineta e quindi, sotto i 700 m, ad una più autentica e bellissima sughereta. Siamo al termine dell’itinerario del primo giorno, la previsione è di finire in località Santa Reparata presso l’ottimo, omonimo, agriturismo.
Parte 2 – da Santa Reparata a Nuraghe Loelle
Da Santa Reparata a Sos Nurattolos
Da Santa Reparata seguiamo la SS389 fino ad Alà dei Sardi, quindi dal centro del paese imbocchiamo a sinistra via Cagliari e quindi ancora a sinistra via San Francesco, portandoci fuori dal paese in direzione NO. La stradina asfaltata sale a quote prossime ai 900 mt giungendo nell’area del parco eolico di Alà dei Sardi, in un contesto simile a quello lasciato ieri nell’altopiano di Buddusò; dopo 4,5 km dal paese siamo al bivio con le indicazioni per l’Insediamento nuragico Sos Nurattolos (i recinti, in sardo), prima meta della giornata. Percorriamo per 2,5 km la stradina cementata verso le pendici sud occidentali del grande complesso granitico che culmina con Punta Senalonga e parcheggiamo nei pressi del piccolo caseggiato segnato nelle mappe come Rifugio Columbos (quota 880 mt), qualcosa fra una foresteria ed un punto informazioni, comunque non presidiato; dall’angolo NE della casupola parte il sentiero per Sos Nurattolos e il passo di Senalonga.

Insediamento nuragico Sos Nurattolos e Passo Senalonga
Imbocchiamo il sentiero in salita in un suggestivo contesto naturalistico e paesaggistico; la copertura arbustiva, a tratti rada, è composta principalmente da erica e corbezzolo che formano boschetti che risalgono verso le rudi cime frastagliate. Ma è il granito che segna decisamente il paesaggio con una moltitudine di forme che sembrano sculture in un museo a cielo aperto ed infatti per gli appassionati di geologia è un contesto molto stimolante; i graniti fanno parte del maestoso batolite sardo-corso impostatosi al termine del Paleozoico (300-250 MA dal presente) e che qui come in Gallura affiora estesamente in tutta la sua potenza, creando i tipici paesaggi primordiali.




In 400 m il sentiero copre un dislivello di un’ottantina di metri giungendo alla parte inferiore dell’Insediamento nuragico di Sos Nurattolos che si snoda verso il passo di Senalonga in un’ampia spaccatura tra le circostanti alture granitiche; come testimoniano gli edifici che ne fanno parte, l’insediamento aveva certamente una vocazione religioso-spirituale alla quale conseguiva anche l’essere punto di ritrovo sociale, per indire riunioni e dirimere controversie, fosse anche commerciare.

La prima struttura che raggiungiamo è la bellissima Fonte sacra nuragica, racchiusa da un piccolo edificio megalitico che un tempo aveva probabilmente una copertura lignea e tutta l’area sacra è delimitata a sua volta da un basso recinto in ciottoli, con gradini d’accesso dall’esterno. L’acqua, evidentemente il bene vitale più prezioso e fra i primi importanti simboli spirituali e religiosi, è sempre presente nella piccola vasca interrata che custodisce la fonte, ne ho travata in piena estate, e sopra l’alloggiamento della sorgente è ricavata una piccola nicchia votiva.




Salendo qualche decina di metri oltre e appena sopra la Fonte sacra eccoci alla seconda costruzione megalitica, splendidamente incorniciata dalla scultorea Punta Nurattolu alle sue spalle, completamente integrata nel contesto naturale in cui fu eretta 3.500 fa.


L’edificio è una grande capanna circolare del diametro di 8,4 m alla quale si accede tramite un vestibolo con ingresso a gradini orientato SSE; l’ingresso della capanna, anch’esso in direzione SSE, è sormontato da un bellissimo architrave e provvisto di un paio di gradini; un tempo un bassa seduta in pietre sbozzate (ad ora quasi del tutto assente) correva lungo il muro interno come si usava nelle capanne delle riunioni e la copertura lignea era tipicamente composta da travi e fascine. Dall’interno della capanna, guardando oltre l’ingresso, l’attuale paese di Alà dei Sardi risulta perfettamente inscritto nel portale, chissà forse una coincidenza…



Terminato di ammirare la splendida costruzione megalitica, riprendiamo il sentiero in salita per un centinaio di metri verso il prossimo edificio; intanto abbiamo modo di focalizzarci sul paesaggio circostante, alle nostre spalle un panorama ampissimo su tutto l’orizzonte fra est e ovest passando per sud che avremo modo di gode maggiormente quando saremo al passo di Senalonga; penso sia significativo che i nuragici abbiano scelto di insediare proprio qui un luogo sacro e di culto, potenzialmente visibile da un territorio vastissimo, e anche che vi passi il sentiero che stiamo percorrendo e che probabilmente era percorso già allora da parte delle Genti che si spostavano dall’altopiano a sud verso i territori settentrionali, attraversando il passo di Senalonga oltre il quale si apre la profonda valle di Badde Suelzu; non a caso anche il Sentiero Sardegna, parte del Sentiero Italia, passa da qui.

Giungiamo a quota 1.000 m quando sulla sinistra, ai piedi della grande altura granitica di P.ta Nurattolu, vediamo quello che era il fulcro dell’insediamento sacro nuragico, un meraviglioso tempio a Megaron che mette in mostra tutta la sapienza architettonica nuragica; rispetto ad altri che mi è capitato di visitare, questo di Sos Nurattolos mantiene integri ben due metri d’altezza di mura perimetrali, sopra le quali possiamo immaginare ci fosse una copertura lignea forse a doppio spiovente; l’ingresso con architrave è posizionato in direzione ESE e permette l’accesso alla piccola camera interna che in alcuni punti mi è sembrata lastricata con pietre piatte. Addossata al tempio sta una capanna circolare di circa 5 m di diametro che doveva avere una funzione di servizio al tempio, probabilmente il funzionario religioso riceveva i fedeli oppure era l’anticamera dei fedeli prima di accedere al tempio.






La prossima meta, il passo di Senalonga, è a breve distanza e poco sopra di noi; lungo il cammino incontriamo l’ultimo edificio nuragico portato alla luce successivamente rispetto alle altre costruzioni, ovvero una grande capanna circolare della quale non rimane purtroppo molto ma ci conferma come il sito necessitasse di ambienti ampi per ricevere le Genti che frequentavano il luogo sacro.
Il passo di Senalonga, poco a NO dell’omonima cima, è un luogo suggestivo e caratteristico, a partire dalla morfologia simile a un corridoio racchiuso fra le coste rocciose di P.ta Nurattolu e del versante occidentale di P.ta Senalonga; il boschetto di erica che abbiamo costeggiato fin da quote più basse, attraversa il passo come un fiume stretto in un canale, con un affascinante contrasto di forme e colori con i circostanti graniti bianchi e grigio chiaro. Inoltre, la quota di mille e poco più metri ci permette una vista ampia e profonda sui territori ai lati del valico, così diversi fra loro: la piana di Alà dei Sardi e Buddusò, a quote medie di 650 m, a sud; il vasto altopiano granitico, intensamente corrugato e solcato da valli più o meno profonde, con altezze fino 8/900 m, a nord.




Ripercorrendo il tragitto a ritroso verso Sos Columbos, ripassiamo in rassegna quanto visto a Sos Nurattolos da un punto di vista diverso, come sempre accade quando si invertono i percorsi si notano le cose sotto una luce nuova, cambiano i colori, le prospettive, gli sfondi e la consapevolezza del luogo è differente.
Da Sos Nurattolos A Badde Suelzu

Tornati al bivio per Sos Nurattolos giriamo a destra in direzione N e attraversiamo, su strada cementata o sterrata a seconda dei tratti, il lembo orientale del parco eolico in leggera salita, fino alla sella ai piedi di Punta Giommaria Cocco dove è posizionato l’aerogeneratore più settentrionale del vasto complesso eolico che attraversiamo da ieri. Siamo poco al di sopra dei 1.000 m e davanti ci si spalanca una vista eccezionale sulle valli sottostanti e sulla Gallura sud orientale, riuscendo a spingere lo sguardo fino alla costa di Olbia e l’Isola Tavolara; seguirà una discesa di un paio di chilometri su una sinuosa strada cementata fra alture cacuminate con altre viste suggestive, fino a inserirci nello sterrato che arriva da Bolostiu e prosegue in direzione sud verso Badde Suelzu, prossima meta.



Lo sterrato, sufficientemente largo e in condizioni abbastanza buone, prosegue in penepiano tra la vegetazione abbondante di corbezzoli fino a un valico (quota 740 m); inizia quindi la discesa nella lunga e boscosa valle di Badde Suelzu (suelzu, suergiu = quercia da sughero), lo sterrato con una serie di tornanti (i più stretti cementati) ci inserisce velocemente a mezza costa e da qui abbiamo una bella vista sulla parte alta della valle, che si origina nel versante nord di Punta Senalonga, e sulla parte bassa dove scorgiamo il piccolo borgo di Badde Suelzu e vediamo proseguire la valle boscosa dritta in direzione NE.

Arriviamo al ponticello sul Riu Badde Suelzu (quota 560 m) e in poche centinaia di metri siamo al piccolo borgo, composto da poche case e credo ancor meno residenti; varrebbe la pena farsi un giro a piedi verso la piccola chiesa di San Giuseppe, cosa che non ho fatto per via di un paio di cani che sembravano suggerirmi di evitare..




La strada intanto diventa asfaltata e percorriamo la valle che man mano si allarga passando dal bosco a un paesaggio agro-pastorale con sugherete che un tempo dovevano essere in numero molto maggiore visto il nome della valle; dopo 4,7 km ci immettiamo nella SS389 svoltando a destra e ci dirigiamo verso la Foresta Sos Littos – Sas Tumbas che raggiungiamo in circa 15 km di trasferimento (vedi la mappa per le deviazioni dalla SS389).
Da Foresta Sos Littos-Sas Tumbas alla Caserma forestale Crastazza

Entriamo nel complesso forestale di Sos Littos – Sas Tumbas (i sassi e le tombe) imboccando la pista forestale che lasceremo solo fra una trentina di chilometri presso Nuraghe Loelle, termine dell’itinerario.
La prima parte di sterrato ci porterà a scendere fino al greto del Rio S’Aragone, nome preso dal Rio Altana dopo la confluenza col Riu Bolloro; il Rio Altana è uno dei maggiori affluenti del Rio Posada e drena le acque di un vasto territorio nella sua lunga e accidentata gola le cui caratteristiche sono ricalcate in quella del Rio S’Aragone.
Dai primi tornanti abbiamo una bellissima vista sulla gola del Rio Altana nell’ultimo tratto prima di volgersi verso est e diventare Rio S’Aragone; la stretta gola si apre su versanti ricoperti da una foresta rigogliosa che come vedremo da qui in avanti è estesissima e di notevole bellezza.

La pista forestale segue una discesa graduale sul versante sinistro della valle del Rio S’Aragone, permettendoci di vederne lo sviluppo verso est dove vediamo solitario il bellissimo Monte Tepilora mentre una paio di tornanti ci conducono infine al greto del torrente presso il ponte cementato sommergibile.


Fra le due sponde boscose si snoda il greto del Rio S’Aragone in un panorama motlo suggestivo; nel corso ciottoloso del torrente e tra massi enormi e lisci si aprono delle belle piscine con piccole spiaggette circondate dalla vegetazione, ma si intende subito la forza che possono avere le acque del torrente nei periodi di piena (quando l’attraversamento del ponte cementato non è garantito) vedendo le grandi rocce spostate dall’irruenza della corrente ed il ponticello distrutto poco a monte dell’attuale.
Passato il Rio S’Aragone entriamo in territorio di Bitti dal quale usciremo solo nel tratto finale nei pressi del Nuraghe Loelle, tornando in territorio di Buddusò.




Passato il ponte cementato, saliamo appena per proseguire verso la vicina Caserma forestale Gianni Struppa, solitamente presidiata e punto per richiedere eventualmente informazioni sulla sentieristica e le varie attrattive locali. Il nome della foresta che attraversiamo è Sos Littos – Sas Tumbas, ovvero i sassi e le tombe, ma evidentemente almeno presso la caserma si è voluta dimenticare in maniera scaramantica la seconda parte del nome, come dimostra l’insegna all’ingresso.


Lasciata la Caserma, dopo qualche decina di metri giungiamo ad un bivio (quota 300 m) che a sinistra segue il Rio S’Aragone in direzione del Monte Tepilora mentre a destra, direzione che prendiamo, sale verso Monte Prammas e la relativa vedetta antincendio; la pista, in buone condizioni, sale 200 m di quota in un paio di chilometri fino a un pianoro dove è sito un laghetto collinare che si affaccia sulla sottostante valle; 700 m dopo il laghetto imbocchiamo sulla destra la deviazione per M.te Prammas e raggiungiamo la vedetta antincendio, luogo panoramico eccezionale.


Eccoci in cima a Monte Prammas, 644 m, punto culminante di una schiena granitica che inizia subito ad ovest del Monte Tepilora ed è delimitata dalle profonde valli del Rio Altana ad ovest, del Rio S’Aragone a nord e di Badde ‘e Deremita a sud; la vedetta antincendio certifica quanto detto, la cima è un punto panoramico spettacolare sul territorio circostante, in cui emerge tutta la vastità del complesso di foreste demaniali circostanti, un vero polmone verde nell’area nord orientale dell’Isola.

Anche i dettagli in questa vista maestosa sono ricchi d’interesse, specialmente se si possiede un binocolo o uno zoom per la macchina fotografica. Qui sotto una serie di dettagli e panoramiche da Monte Prammas.





Scendiamo da M.te Prammas, riprendiamo la pista forestale svoltando a destra e proseguiamo 1 km in penepiano sulla cresta di M.te Longu, quindi un paio di tornanti in discesa fino a Janna de Tandaule (quota 472 m) che divide la gola del Rio Altana a ovest da Badde ‘e Deremita a est; dal passo proseguiamo sulla stessa pista che ora sale in maniera decisa e, vista la forte pendenza, diventa cementata dopo 100 m; con una serie di tornanti, lungo i quali ci fermeremo per ammirare il panorama circostante, superiamo 200 m di quota fino a raggiungere un pianoro in località Su Semperviu (quota 680 m) in corrispondenza del confine tra le foreste demaniali di Sos Littos – Sas Tumbas e Crastazza, sempre in territorio di Bitti.




Entriamo così nell’ultima grande foresta demaniale dell’itinerario, Crastazza, sempre su pista forestale che scorre in una bellissima pineta di rimboschimento che però quasi sempre impedisce una chiara visione del contesto circostante; nella Foresta Crastazza ci sono vari sentieri e deviazioni su altre piste forestali, quindi suggerisco di visionare bene la mappa inizio pagina e/o scaricare la traccia GPS del secondo giorno qui (link a Wikiloc); il percorso che ho scelto è quello che giunge alla Caserma forestale Crastazza e quindi prosegue per Nuraghe Loelle, ma sarebbe possibile, imboccando una delle prime deviazioni a destra, passare a nord della Caserma e ricongiungersi con lo sterrato per Loelle più avanti.



Dopo circa 8 km di piacevole percorso in pineta giungiamo alla Caserma forestale Crastazza, sempre presidiata, oltre il cancello della quale prendiamo a destra sempre su pista forestale in direzione sudovest; lo sterrato bordeggia il limite della Foresta Crastazza in un contesto sempre più ampio man mano che usciamo dalla grande pineta; a sud di Punta Pianedda, nell’area (vedi mappa) dove passa il nostro percorso, si stima abbia origine il Fiume Tirso ma non si sa se quest’area ricada nel comune di Bitti o Buddusò, il cui confine è proprio sulla pista forestale che stiamo percorrendo; gli ultimi 4 km circa di sterrato per Nuraghe Loelle attraversano un bosco di sughere molto suggestivo e quasi fiabesco (Foresta Loelle), lo sterrato termina immettendosi nella SS389 proprio in corrispondenza del Nuraghe.
Nuraghe Loelle
Meta finale dell’itinerario di due giorni, Nuraghe Loelle è circondato da un bellissimo bosco di sughere di cui abbiamo avuto un assaggio per pochi chilometri prima di arrivare qui e ne godremo l’ampia estensione una volta in cima al nuraghe.

Il Nuraghe è formato da un bastione trilobato e da una torre centrale ed è stato costruito in blocchi di granito locale ben sbozzati e ben allineati in filari; la vista frontale ci presenta però un nuraghe dall’aspetto meno usuale in quanto la torre centrale è attualmente poco percepibile rispetto a come doveva essere un tempo, mentre a risaltare è l’ampio bastione trilobato; si consideri che l’intera struttura presenta un nucleo originario con caratteristiche della tipologia di nuraghe a corridoio e sovrastrutture successive con caratteristiche della tipologia a tholos, segno che l’opera finale è frutto di un riadattamento su un lungo periodo di tempo; l’addizione di sovrastrutture al nucleo originario è stata facilitata dal fatto che il Nuraghe è stato eretto fin da subito addossato a preesistenti, grandi blocchi granitici (simili a quelli visibili sulla destra nella foto sopra) che ne rinsaldano e completano la struttura in special modo nella parte posteriore.


Nella parte frontale del bastione è posizionato l’ingresso (rivolto a SSE), sormontato da un grosso architrave spezzato in due, che immette in un corridoio con una grande nicchia sulla destra, sede probabilmente del simulacro di uno degli dei venerati nel sito; al termine del breve corridoio, una scala “elicoidale” ricavata nel lobo frontale destro conduce al terrazzamento sopra al bastione, un tempo probabilmente coperto e quindi con funzione di corridoio di passaggio verso le altre aree.




Una scaletta sale alla nostra destra ma prima proseguiamo varcando il bell’ingresso con architrave accedendo al vano posto nel lobo frontale sinistro, dal quale parte una lunga e stretta scala in discesa verso un altro vano ricavato nelle mura, angusto e alto, con parziale copertura a tholos.



Risaliamo e saliamo ora la scala, i cui gradini sono il soffitto del corridoio d’ingresso a livello terra, che conduce al secondo livello superiore dove è stata eretta la torre; questa non è, come solitamente accade, un elemento a se stante di grandi dimensioni (mastio) al quale eventualmente si addossano altre strutture come il bastione, ma è stata eretta, in taglia minore, direttamente sui grandi roccioni affioranti che fanno parte della struttura sottostante; la torre purtroppo risulta diroccata superiormente e rimane solo una parte della struttura con due ambienti.




A questo livello sono presenti dei terrazzamenti, una volta probabilmente coperti, dai quali possiamo perdere la vista sulla grande sughereta di Foresta Loelle e verso nord la serie di alture di Buddusò e Alà dei Sardi.

Torniamo ora all’esterno del Nuraghe per portarci nella parte posteriore dove possiamo constatare il fondamentale supporto e l’integrazione nella struttura dell’affioramento granitico sul quale è stato eretto il Nuraghe; dal retro, passando sul fianco destro (est), scopriamo una peculiarità del Loelle, ovvero un piccolo vano ricavato sotto il piano di calpestio del Nuraghe al quale si accede tramite un piccolo ingresso.



