Altopiano del Golgo (Baunei)

Il Supramonte di Baunei è una vasta area montuosa carsica che si sviluppa per oltre 20 km parallelamente alla costa, dove è delimitata da altissime falesie, e nell’entroterra per 5-7 km. L’altopiano del Golgo, localizzato più o meno al centro di questa enorme area carsica, si è formato circa 2,5 milioni di anni fa in seguito ad una limitata colata basaltica (Ciclo vulcanico plio-pleistocenico) che ha colmato una paleo-valle tettonica sigillando il sottostante territorio carsico (corrispondente alla Formazione calcareo-dolomitica di Dorgali, Giurassico medio-superiore). L’altopiano ha una forma stretta e allungata in direzione più o meno meridiana e parallela alla costa, si sviluppa ad una quota tra i 450 m della parte meridionale (dove era localizzata la bocca vulcanica) e i 350 m della parte settentrionale ed è circondato da svariate alture boscose, con altezze che variano tra 650 e 780 m, che ne accompagnano lo sviluppo verso nord, dove degrada nella gola Codula Sisine.

Raggiungiamo comodamente il Golgo (vedi qui una mappa con l’indicazione dell’itinerario) seguendo le indicazioni dalla SS125 e da Baunei, imboccando la strada che dalla parte alta del paese, dopo alcuni panoramicissimi tornanti, permette di raggiungere la sommità dell’imponente bastione calcareo che delimita a occidente la parte meridionale dell’area carsica. Le deviazioni su strada sterrata che incontriamo inizialmente permettono di addentrarsi nel Supramonte baunese in direzione della costa e, in particolare, verso i punti panoramici di Monte Ginnircu e Punta Giradili. Proseguendo sulla nostra strada asfaltata, dopo due tornanti, ci immettiamo nella forra Bacu Bia Maore che, dopo circa 7 km attraverso una magnifica foresta, si apre sull’altopiano.



Sono molti gli sterrati che partono da quest’area permettendo l’avvicinamento all’imbocco degli antichi sentieri dei pastori e anche dei carbonai, questi ultimi molto attivi attorno al 1800; questi tracciati si inoltrano nello spettacolare territorio carsico del Supramonte marino di Baunei e tra forre, cenge, intricati boschi di ginepro e passaggi anche molto arditi raggiungono punti panoramici mozzafiato e calette meravigliose; un territorio a tratti aspro, specialmente per la mancanza d’acqua, da affrontare con cautela anche se si è esperti, ma sempre meglio se condotti dalle abili guide baunesi che non mancheranno di farne apprezzare tutte le meraviglie nascoste, in tutta sicurezza.

All’uscita da Bacu Bia Maore Incontriamo subito un bivio verso destra in direzione del Nuraghe Coa ‘e Serra, percorriamo il breve tratto di sterrata che dopo 1.650 m giunge in un piccolo slargo dove è possibile parcheggiare per proseguire a piedi per 150 m fino all’ingresso dell’area nuragica. Il bellissimo complesso nuragico di Coa ‘e Serra (che significa ai piedi della montagna) è stato edificato a quota 511 m nell’angolo sudorientale dell’altopiano; costruito in blocchi calcarei, è formato da una prima e più antica struttura con corridoio con copertura a piattabanda che unisce due torri circolari fasciate da un bastione e una terza torre con copertura a tholos mancante; a sud si apre una sorta di cortile interamente occupato da blocchi crollati e quindi si arriva alla parte più interessante e recente del complesso di Coa ‘e Serra, un ambiente dalla forma quadrangolare di notevole pregio per il suo ingresso con architrave e finestrella di scarico, segno di sapienza costruttiva da parte degli architetti nuragici.



Ripercorrendo a ritroso lo sterrato e imboccando il primo bivio verso destra ci dirigiamo alla rilevanza naturalistica più importante del luogo: Su Sterru o Voragine del Golgo; si raggiunge velocemente uno spiazzo in località As Piscinas dove si parcheggia e si continua a piedi attraversando un bosco fiabesco di olivastri, all’ombra dei quali vi sono alcune grandi vasche (piscinas o paùles) scavate nel basalto dall’erosione e che solitamente conservano l’acqua piovana tutto l’anno; probabilmente, come farebbero supporre i numerosi massi attorno alle pozze, queste vasche naturali furono ulteriormente adattate dalle popolazioni nuragiche o prenuragiche così da avere una riserva idrica anche nei mesi estivi, cosa di fondamentale importanza in un territorio carsico drasticamente carente di acqua in superficie.



Attraversata l’area delle vasche, dopo poche decine di metri vediamo sulla sinistra un grosso masso con incisa l’indicazione per Su Sterru; percorriamo un breve sentiero fra gli alberi, la vegetazione circostante è molto fitta tanto che si arriva in prossimità della voragine all’improvviso; per il rischio di incauti avvicinamenti (anche degli animali che vivono nell’altopiano allo stato brado) l’area è stata recintata.
La vista del grande sifone che sprofonda fra gli alberi a pochi passi da noi, come un abisso misterioso, non può che suscitare forti emozioni. Esiste una leggenda secondo la quale San Pietro, a cui è dedicata la chiesetta campestre poco a nord, sconfisse l’orribile drago “Su Scultoni” afferrandolo per la coda e sbattendolo a terra così violentemente da creare Su Sterru e facendolo qui precipitare.
Questo spettacolare Monumento naturale era un tempo chiamato Cratere vecchio, ipotizzando fosse la bocca del vulcano da cui defluì la lava che ricopre l’altopiano; in realtà è un inghiottitoio di origine carsica venuto a giorno dopo il crollo dello strato basaltico che lo ricopriva, non più sorretto dalla sottostante roccia dissoluta; la lava costituisce infatti il primo strato di circa 25 m di spessore dopo i quali il sifone attraversa i calcari e le dolomie della Fm. di Dorgali. L’inghiottitoio mantiene un’ampiezza di circa 25 m che diventano 40 m nella camera alla base il cui fondo è a -270 m dalla superficie, il che ne fa il più profondo inghiottitoio a campata singola d’Europa. Il tipico microclima di Su Sterru ha permesso a pochissime specie vegetali e animali, come il Geotritone Sardo, di poterne abitare le pareti.
Tornati sulla Bia Maore proseguiamo verso l’area settentrionale dell’altopiano, caratterizzata da vasti spazi aperti dove il bruno del suolo lavico contrasta col bianco dei calcari delle alture circostanti e dove anticamente era concentrata l’attività agro-pastorale e dove tuttora vi pascolano in libertà capre, maiali, mucche e asini in un contesto bucolico davvero affascinante. Nei pressi del grande recinto del maneggio equestre vi sono due pozzi che captano l’acqua piovana che si raccoglie in questo punto dell’altopiano, delimitati da muretti circolari in pietre basaltiche che per la loro similitudine di posa ricordano le costruzioni nuragiche, nonostante siano certamente vecchi ma di epoca storica. Nella stessa area vi sono alcune strutture adibite ad attività turistico-ricettive fra le quali il Rifugio Cooperativa Goloritzè dove è possibile mangiare ed eventualmente intrattenersi più di un giorno per immergersi completamente nel Supramonte baunese, con a portata di mano le numerose possibili attrazioni che esso offre.



Uno dei luoghi caratteristici in questa parte di altopiano è certamente la chiesa campestre di San Pietro in Golgo, eretta nel XVII secolo circa grazie al contributo dei pastori che, non potendosi allontanare dall’altopiano per recarsi in Paese e partecipare alle funzioni religiose, potevano in tal modo non rinunciarvi. Caratterizzata da una facciata bianca, squadrata e minimale, in armonioso contrasto col paesaggio circostante, la chiesetta è circondata da un alto muro a secco in pietre basaltiche che ingloba le classiche costruzioni novenarie, le “cumbessias”, che ospitavano i fedeli durante le giornate di commemorazione del Santo.




Nel piazzale antistante la chiesa vi sono altre attrattive degne di nota; proprio davanti al cancello d’ingresso è posizionato un pregiatissimo betilo di epoca nuragica, probabilmente non nella sua localizzazione originaria ma comunque di grande valore archeologico in quanto presenta un viso scolpito in basso rilievo, unico caso in Sardegna e per questo chiamato betilo antropomorfo. A pochi metri vegetano invece due alberi magnifici, inclusi per età, dimensione e portamento tra gli Alberi Monumentali d’Italia: un grande esemplare di Bagolaro o Spaccasassi, e un Olivastro entrambe vecchi oltre 200 anni.



Proprio dietro al sopra menzionato rifugio e a fianco dei due meravigliosi pinnettos, possiamo avviarci per un breve trekking che ci permette di ammirare alcune di queste bellezze sia naturalistico-paesaggistiche che archeologiche; risaliamo alcuni gradini nella roccia e proseguiamo sul sentiero che, dopo un breve tratto in piano, discende tramite una bellissima scalinata di roccia e ginepro il versante destro di Bacu Dolcolce.



Camminiamo in un fitto boschetto e dopo pochi passi ci troviamo innanzi ad una delle attrazioni più affascinanti del Golgo, la così detta Faccia Litica, un’opera naturale frutto dell’erosione che, con un gioco di tafonature e spaccature, ha scolpito un grosso blocco di lava basaltica plio-pleistocenica, alto una decina di metri, con le sembianze straordinarie di un volto o di una maschera antropomorfa, simile ai Mamuthones; l’angolatura appropriata per godere di quest’opera è oltrepassando il blocco di pochi metri e volgendoci indietro. Il sentiero prosegue la sua discesa nel bosco verso il fondo della valle raggiungendo prima un’altro sifone naturale noto come Voragine del Golghetto, anche questo recintato per evitare incauti avvicinamenti. Si raggiunge quindi il letto del Bacu Dolcolce, costituito da ghiaie e rocce calcaree con grossi blocchi lavici disseminati in seguito a crolli; risalendo dalla parte opposta del letto si nota, superiormente a una lastra calcarea inclinata, un cancello che immette su un sentierino che sale in breve verso il Nuraghe di Genna Sarmentu o Nuraghe Alvu/Albu (alvu/albu=bianco).


Il Nuraghe Albu o di Genna ‘e Sarmentu è localizzato in posizione dominante sulla gola di Bacu Dolcolce ed è stato edificato in blocchi basaltici cavati localmente e sbozzati; del nuraghe, nonostante i vistosi crolli che ne impediscono una chiara visione d’insieme, rimangono: il mastio, o torre centrale, per un’altezza di circa 3 metri, attualmente crollato sul lato orientale e svettato per il cedimento della copertura a tholos; un bastione posizionato fra nord e ovest rispetto al mastio, provvisto di un’apertura che da su un vano scale che discende in quella che poteva essere una piccola camera; una seconda torre a nordovest totalmente collassata; tratti di muro rettilineo che delimitavo probabilmente l’area sacra.. Da quest’area superiore si gode una bellissima vista sulla gola, delimitata dai costoni basaltici scuri, e sulla cornice di alture calcaree verso valle.







